Di Letizia Martirano
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Arriva l’estate e la siccità è in agguato. Torna prepotente il problema di come non disperdere l’acqua. Il modo c’è: costruire invasi, un obiettivo che l’associazione nazionale delle bonifiche persegue da tempo. Ora, con il Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico il sogno può diventare realtà. È questo uno dei temi che il presidente dell’anbi Francesco Vincenzi affronta in questa intervista nella quale ricorda, soprattutto, quanto e’ stato fatto con i fondi del PNRR. 1,6 miliardi di euro di cui circa 720 milioni provenienti dal Mit e 880 milioni dal Masaf sono arrivati, le opere sono tutte finite e ormai manca solo l’inaugurazione. Bisogna dare atto alle strutture dei due ministeri che hanno risposto adeguatamente, sottolinea.
Qual è la questione che vi sta piu’ a cuore in questo momento?
Partiamo dal fatto che nonostante un discreto 2025 e un buon inizio 2026 che possono far pensare che vada tutto bene questo non ci deve illudere che il problema della siccità nel nostro paese sia finito. Non vorrei che qualcuno possa minimamente pensarlo
E dunque?
La questione che stiamo ponendo è che, innanzitutto, occorre riprendere in mano il tema del dissesto idrogeologico con un approccio profondamente diverso rispetto a quanto fatto finora. In questa fase si stanno affrontando alcune criticità legate alla pianificazione territoriale in diverse regioni, emerse anche a seguito dei recenti eventi calamitosi. È necessario rispondere, quando questi eventi si manifestano, con infrastrutture idrauliche adeguate, capaci di garantire la sicurezza del territorio e di assicurare il corretto deflusso delle acque all’interno dei reticoli fluviali.
Sono scelte che sono in capo alle regioni? lo stato ha poteri sostitutivi?
Sì, si tratta di scelte che rientrano principalmente nella competenza delle regioni. Lo Stato, in via ordinaria, non interviene con poteri sostitutivi.
Neppure in caso di catastrofe?
In caso di catastrofe, lo Stato può intervenire attraverso la nomina di un commissario. Tuttavia, occorre distinguere bene i piani: il commissario interviene prevalentemente per gestire l’emergenza e ripristinare ciò che è stato danneggiato, non per realizzare quelle opere strutturali che mancavano prima dell’evento e che sarebbero state necessarie per prevenirlo. Il punto, quindi, è che l’intervento commissariale arriva dopo la catastrofe.
E dunque che si fa?
Occorre cambiare l’approccio culturale del nostro in Italia. Non si può continuare a pensare di affrontare il cambiamento climatico e le crisi che ne derivano soltanto in una logica emergenziale. Bisogna intervenire prima, attraverso una pianificazione seria e una programmazione concreta delle opere necessarie. La prevenzione deve diventare il centro dell’azione pubblica, non una risposta tardiva.
Intanto in parlamento c’è un ddl del Cnel che riguarda i consorzi di bonifica a che serve?
Il disegno di legge del Cnel nasce dall’esigenza di dare una risposta concreta a una delle grandi fragilità del aese: l’abbandono progressivo delle aree interne e la crescente esposizione di questi territori al rischio idrogeologico. Oggi molte aree di alta collina non hanno un presidio operativo stabile, pur essendo spesso decisive per la sicurezza dei territori a valle. È lì che si formano i fenomeni di dissesto, è lì che bisogna intervenire prima che i problemi arrivino nelle pianure e nei centri abitati.
Una volta diventato legge è un provvedimento che darebbe concretamente una mano alla politica di prevenzione?
Sì, certamente, almeno in parte. Il provvedimento consentirebbe, attraverso specifiche convenzioni, di ampliare il ruolo dei Consorzi di bonifica anche a queste aree, oggi non ricomprese nel loro perimetro ordinario di competenza. In questo modo si metterebbe a disposizione del paese una rete tecnica già presente sui territori, capace di programmare e realizzare interventi di manutenzione, cura del suolo e prevenzione.
Chi assicura che le regioni destinino i soldi a queste opere?
Il punto è che il paese deve compiere scelte di priorità, decidendo con chiarezza quali interventi siano davvero strategici. Le risorse ci sono: sta iniziando la programmazione dei fondi di coesione, che ammontano a circa 77 miliardi di euro.
Alcune regioni si stanno già muovendo in questa direzione. Il Friuli-Venezia Giulia ha destinato 160 milioni di euro ai Consorzi di bonifica, la Campania ha stanziato risorse analoghe e anche altre regioni stanno orientando parte dei fondi di coesione verso la sicurezza del territorio. Resta però un punto politico fondamentale: qualcuno, che sia lo Stato o che siano le regioni, deve assumersi la responsabilità di indicare le priorità.
Esistono regolamenti o direttive ma soprattutto regolamenti europei che in qualche modo possono obbligare un’amministrazione a stanziare…
No, non esistono regolamenti europei che obblighino direttamente un’amministrazione a stanziare risorse. Il tema, però, è un altro. La Direttiva quadro sulle acque, oggi in fase di revisione, impone alle Autorità di bacino un’applicazione molto rigorosa delle norme. Il rischio è che questa applicazione, se non tiene conto delle caratteristiche specifiche del nostro territorio, finisca per limitare le opportunità di sviluppo del paese. Un esempio concreto riguarda l’Emilia-Romagna: applicando rigidamente certi criteri nella predisposizione dei piani, si arriverebbe a mettere sott’acqua circa 40.000 ettari di terreno. Noi siamo fortemente contrari alla logica della tracimazione controllata intesa come soluzione automatica. È vero che la normativa richiama il principio di lasciare spazio ai fiumi, ma il punto decisivo è il metodo con cui si arriva alle soluzioni. Serve un percorso condiviso, capace di tenere insieme sicurezza idraulica, tutela ambientale e sviluppo del territorio. Invece, troppo spesso, si cerca soltanto la strada più breve, senza costruire una vera strategia.
Con il governo Meloni, ad oggi, concretamente cosa e’ stato realizzato con il PNRR?
Dobbiamo dirci la verità: sul PNRR è stato fatto tutto ciò che andava fatto e il sistema, nel complesso, sta funzionando. Le risorse sono arrivate e gli interventi sono stati realizzati e, in molti casi, manca ormai soltanto la fase conclusiva dell’inaugurazione. Va riconosciuto alle strutture dei due Ministeri di aver risposto in modo adeguato, assicurando continuità amministrativa e operativa. È vero che una parte della pianificazione degli interventi era stata avviata durante il precedente governo, ma una parte determinante dell’attuazione è stata portata avanti dall’attuale governo: dai protocolli alla firma degli atti, fino alla trasmissione della documentazione necessaria per la rendicontazione e la realizzazione delle opere. Un conto è firmare il decreto con cui vengono assegnate le risorse; un altro è costruire e far funzionare concretamente le procedure. La principale preoccupazione dei Consorzi era che le risorse arrivassero in ritardo. Questo, salvo alcune eccezioni, non è accaduto.
Perche’ si e’ saputo cosi’ poco di questo successo?
Perché la comunicazione dei progetti PNRR è soggetta a regole precise, previste dagli atti di sottomissione e dalla relativa disciplina sulla comunicazione. Questo ha imposto una gestione più vincolata della visibilità pubblica degli interventi. Detto questo, un momento di riconoscimento c’è stato: al MAXXI di Roma, alla presenza dei ministri Salvini e Foti, sono state premiate le otto opere più rilevanti realizzate nell’ambito di questo percorso.
Ci sono altri finanziamenti in cantiere?
Sì, ci sono altri finanziamenti in cantiere. Il riferimento principale è il PNIISSI, il Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico, che rappresenta l’altro grande capitolo di intervento sulle infrastrutture idriche. Il primo stralcio 2025 del Piano è stato finanziato con circa 957 milioni di euro, destinati a 75 interventi, di cui la metà sono dei Consorzi di bonifica. Si tratta di un programma pluriennale molto rilevante, pensato per garantire continuità agli interventi e rafforzare la sicurezza del sistema idrico nazionale. Il 20 gennaio 2026 si è chiusa la seconda finestra per la presentazione delle nuove proposte. Le regioni, attraverso la piattaforma del Ministero delle Infrastrutture, hanno indicato le necessità individuate e i relativi progetti territoriali. Successivamente, la struttura ministeriale procederà alla valutazione delle proposte, sulla base di specifici parametri, per individuare gli interventi prioritari.
Ci sono progetti dei consorzi di bonifica?
Sì, ci sono progetti dei Consorzi di bonifica. Nella piattaforma PNIISSI, circa il 46% delle proposte progettuali presentate (277) riguarda interventi promossi dai Consorzi, per un valore complessivo di circa 7,3 miliardi di euro. Si tratta di progetti legati soprattutto a opere multifunzionali: invasi, derivazioni e sistemi di adduzione. L’obiettivo è aumentare la capacità del paese di trattenere acqua, migliorare la gestione della risorsa idrica e rafforzare la sicurezza dei territori. Con questi interventi si stima un incremento della capacità di invaso pari a circa un miliardo di metri cubi d’acqua. A questo si aggiungerebbe un risparmio idrico di circa due miliardi di metri cubi all’anno, grazie all’efficientamento delle reti e delle infrastrutture. Complessivamente, tra acqua invasata e acqua risparmiata, si arriverebbe a tre miliardi di metri cubi di risorsa idrica in più a disposizione del paese.
Questi progetti sono realmente cantierabili?
Quando parliamo di progetti presentati vuol dire che quasi tutti hanno un livello di progettazione tale che, se finanziati, nel giro di un anno e mezzo andrebbero a gara.
Un bel passo avanti…….
Sì, è certamente un passo avanti. Ora, però, è necessario che questo percorso prosegua con decisione. Bisogna accelerare i tempi di realizzazione dei progetti della seconda finestra, all’interno della quale rientrano, come dicevo, anche gli interventi sugli invasi multifunzionali. Senza queste opere, rischiamo di condannare il paese a una gestione sempre più fragile della risorsa idrica e, di conseguenza, a una decrescita infelice.
Esiste veramente un rischio del genere?
Certo che esiste. È possibile che, in un paese come il nostro, a causa della siccità si arrivi al punto di dover abbattere vacche, pecore o maiali perché manca l’acqua per abbeverarli? È possibile che gli invasi esistenti siano pieni di sedime e che non si riesca a trovare un meccanismo, o una norma, capace di conciliare la tutela dell’ambiente con il buon senso? Il problema è proprio questo: finché il materiale che intasa gli invasi viene trattato come rifiuto, la sua rimozione diventa economicamente insostenibile. In alcuni casi, svuotare un invaso dal sedime può costare quasi quanto realizzarne uno nuovo. Allora bisogna chiedersi: chi ha deciso questa impostazione? E soprattutto, è ancora adeguata di fronte alla crisi idrica che stiamo vivendo?
E non si può cambiare la legge?
La legge si può cambiare, ma bisogna riconoscere che esiste anche un problema ambientale reale. Quando si effettuano interventi di pulizia o di rimozione dei sedimenti, il corso d’acqua può intorbidirsi e questo può provocare gravi conseguenze per la fauna ittica, fino alla moria dei pesci per carenza di ossigeno.
Detto questo, mi chiedo come sia possibile che non si riesca a individuare un sistema equilibrato per affrontare il problema. Oggi una delle criticità più gravi è proprio l’interrimento degli invasi. Molte strutture risultano occupate per il 20, 30 o anche 40% da sedimenti e materiale accumulato nel tempo.

