Di Letizia Martirano
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“Il modello cooperativo non sia soltanto una forma organizzativa, ma una infrastruttura economica e sociale delle filiere agroalimentari”, sostiene con convinzione il presidente di Confcooperative agroalimentare e pesca Raffaele DREI appena riconfermato alla guida dell’associazione. Nella relazione al congresso che lo ha rieletto DREI ha toccato una molteplicità di questioni su cui torna in questa intervista che si apre con un commento al via libera del parlamento europeo alle tea.
La possibilità di utilizzare le Tea sembra concretizzarsi con il via libera del parlamento europeo. Cosa pensa?
Bene. Le Tea devono essere una delle leve per ristabilire la competivita’ nel rispetto dei consumatori che sono contrari ai fitofarmaci. Tutto il resto del mondo si è spinto già molto oltre. Noi rimaniamo contrari all’apertura indiscriminata agli OGM, sebbene – e’ opportuno ricordarlo – l’Unione Europea abbia lasciato agli stati membri la liberà di deroga. Infatti la Spagna ha utilizzato la facoltà e ha dato via libera al mais con rese superiori del 30% a quelle italiane. È un elemento significativo in termini di impatto sulla nostra competitività perché dal mais dipende la zootecnia.
Cosa pensa della cautela di molte forze politiche sul tema?
È giusto che la politica faccia le sue valutazioni, ma è necessario accelerare non solo sulle Tea ma pure sul resto della ricerca genetica. il punto è uscire il prima possibile dai laboratori, sapendo che, comunque, ci verrà del tempo per le coltivazioni in campo.
Nella sua relazione al congresso ha ribadito l’importanza delle aggregazioni. Non esiste il rischio di perdere identita’ aziendali?
La crescita dimensionale non deve essere interpretata come perdita di identità territoriale, ma come condizione necessaria. In ogni caso quando parliamo di aggregazioni, non intendo fare riferimento a elementi numerici riguardanti fatturato e soci. Il tema aggregazioni non è infatti raggiungere un numero minimo, ma è l’obiettivo di migliorare alcune situazioni. In altri casi ci sono obiettivamente scarse possibilità di aggregazione a causa del territorio in cui operano le cooperative e di altri elementi relativi alla produzione.
Che vantaggio ha una piccola azienda a scegliere, oggi, di essere una cooperativa?
La cooperazione rappresenta uno degli strumenti più efficaci per consentire anche alle aziende agricole di minori dimensioni di accedere a mercati, innovazione, servizi avanzati e strumenti di valorizzazione del prodotto che individualmente sarebbero difficilmente raggiungibili.
Che fine ha fatto l’Alleanza delle Cooperative?
L’Alleanza delle Cooperative è oggi un coordinamento soprattutto a livello europeo e coinvolge l’intera cooperazione.
Quanto e’ importante questo coordinamento per la cooperazione agricola?
La cooperazione agricola, a differenza di altre situazioni, deve confrontarsi con problemi e istituzioni molto più ampie e con ricadute di elementi di carattere generale, come le guerre o la crisi climatica.
Come valuta la politica agricola del governo Meloni?
Di battaglie, a Bruxelles, il ministro Lollobrigida ne ha portate avanti molte difendendo il made in Italy e riportandolo al centro dell’attenzione nonostante il fatto che che stiamo vivendo una fase molto difficile.
Il disegno di legge Coltiva Italia voluto dal ministro e’ in dirittura d’arrivo alla Camera e’ importante per voi?
La nostra valutazione sul Coltiva Italia è sicuramente positiva per quanto riguarda le risorse stanziate per la zootecnia e i cereali. Esprimiamo invece rammarico per il mancato accoglimento di un nostro emendamento volto a garantire anche alle cooperative agricole e ai loro consorzi l’accesso al credito d’imposta per gli investimenti in innovazione. Il meccanismo della maggiorazione dell’ammortamento risulta di fatto inapplicabile alle cooperative che, per via della loro natura mutualistica, presentano una fisiologica ridotta capacità fiscale e non possono quindi beneficiare efficacemente di un incentivo che è fondato sulla maggiore deduzione dal reddito imponibile. Ciò rischia di esse discriminante e di penalizzare gli investimenti in innovazione delle cooperative.
Nella relazione al congresso c’è un passaggio importante sui fondi mutualistici per la gestione del rischio, come vorrebbe che fossero per essere funzionali?
La gestione del rischio deve diventare una seria priorità europea, perché senza strumenti efficaci di protezione del reddito agricolo sarà sempre più difficile garantire stabilità economica alle imprese. Noi desideriamo puntare sui fondi mutualistici che hanno scontato, in termini di sostegno pubblico, tempi lunghi nell’erogazione dei risarcimenti. A mio parere è necessario un intervento a più mani per consolidare un sistema funzionale.
Le cooperative sono pronte?
Le cooperative sono naturalmente portate a costituire fondi mutualistici che però – insisto – debbono essere sostenuti da risorse pubbliche, comprese quelle derivanti dalla ocm ortofrutta. A latere occorre far funzionare in modo più snello Agricat che, a suo modo, è un fondo mutualistico che attinge dai fondi Pac.
Al Congresso lei ha sottolineato le peculiarità del settore pesca, perché?
La pesca ha una configurazione profondamente diversa rispetto ad altri comparti agroalimentari: non è o, per meglio dire, non è soltanto la fase di cattura a determinare il vantaggio competitivo, ma tutto ciò che avviene successivamente, lungo la filiera a terra. In questo senso, oggi la competitività non si misura più solo nella quantità pescata ma, soprattutto, nella capacità di organizzare il mercato, gestire i flussi, innovare, trasformare e costruire valore nella commercializzazione e proprio in ragione di questo la cooperativa rappresenta un plus.
Perché?
Perché le cooperative e le organizzazioni di produttori assumono un ruolo che va oltre la semplice funzione produttiva o di rappresentanza. Esse diventano dispositivi di coordinamento del mercato, chiamati a svolgere una funzione di aggregazione dell’offerta, stabilizzazione dei prezzi, riduzione dell’intermediazione e miglioramento del potere contrattuale dei pescatori.
Come dovrebbe cambiare la politica europea per la pesca e l’acquacoltura?
Sarebbe più corretto parlare di “pesche”: mi riferisco ai vari mestieri ed alle differenti modalità con cui si esercita questa attività. Detto ciò, se parliamo di strascico (o di pesca con attrezzi trainati), è fondamentale superare l’attuale sistema basato sulla riduzione lineare dello sforzo di pesca, promuovendo soluzioni alternative quali il passaggio dal calcolo dei “giorni di pesca” al “tempo di immersione” dell’attrezzo, parametro che riflette l’effettiva pressione sugli stock, nonché stimolando la Commissione Ue a mettere a punto modifiche che consentano di evitare automatismi nella definizione delle possibilità di pesca che non sono in grado di coniugare gli aspetti ambientali con quelli economici e sociali. Particolare attenzione merita poi la cosiddetta “pesca artigianale”, perno della marineria italiana nella quale si registra un matrice cooperativa molto forte. Parliamo di circa tre quarti dell’intera flotta italiana. Detta in estrema sintesi, occorre recuperare il giusto, anzi necessario equilibrio fra le tre componenti della sostenbilità (ambientale, economica e sociale), senza il quale sarà difficile attrarre nuovi pescatori. Ricordiamo che il nostro paese non registra, nonostante tutto, alcuna procedura di infrazione europea aperta in materia di pesca. Un dato che conferma come i nostri pescatori, seppur tra enormi sacrifici economici e produttivi, abbiano sempre cercato di rispettare il quadro regolatorio stringente e rigoroso. La stagione che stiamo vivendo in Europa è caratterizzata da molti cantieri aperti che stanno cercando di ridisegnare il future del nostro settore; parliamo di gestione ma anche e soprattutto di sostegno finanziario con l’obbiettivo di recuperare il taglio, proposto un anno dalla Commissione Ue, di due terzi (rispetto alla programmazione attuale) delle risorse finanziarie per il prossimo periodo 2028/2034. Quanto all’acquacoltura, oltre all’annoso problema della mancanza di turn-over (come per la pesca), occorre un mix di misure tra l’Italia e Bruxelles che consenta al nostro Paese di recuperare lo svantaggio competitivo che oggi registriamo nel panorama non solo europeo. Dalla nuova politica comune vogliamo una visione che superi la sola logica conservativa, trasformando la sostenibilità in competitività: chiediamo meno burocrazia, un adeguato livello di risorse finanziarie dedicate all’acquacoltura e, soprattutto, una protezione reale del mercato interno contro le importazioni che non rispettano i nostri standard di eccellenza e tracciabilità.
Al netto delle peculiarita’ dei diversi settori cosa chiedete alla politica italiana in questo scorcio di legislatura?
Chiediamo alla politica di riconoscere pienamente la specificità del modello cooperativo nelle politiche economiche, fiscali e di sostegno agli investimenti, semplificando l’accesso agli strumenti pubblici e riducendo gli oneri burocratici che ne rallentano l’efficacia. I modelli di rating attuali penalizzano la variabilità del nostro capitale sociale e interpretano la nostra governance democratica come un elemento di lentezza decisionale, ignorando il valore anticiclico della mutualità.
La discussione sul prossimo quadro finanziario pluriennale dell’ Unione europea la preoccupa?
Noi ribadiamo con forza la necessità che, anche nell’eventuale quadro di un Fondo unico europeo, siano garantite risorse adeguate e stabilmente dedicate alla politica agricola.
Che tipo di Pac?
Riteniamo che con la futura Pac si debba cambiare approccio. Una delle criticità più evidenti dell’attuale impostazione riguarda il prevalere di strumenti costruiti principalmente sul sostegno individuale alle singole aziende agricole. Questo approccio è sempre meno adeguato. Oggi la competitività si costruisce lungo la filiera, non esclusivamente dentro la singola azienda agricola. Chiediamo inoltre che gli interventi a sostegno della trasformazione agroalimentare continuino a rientrare pienamente nelle risorse dedicate all’agricoltura. Spostare queste misure dentro strumenti generici o nel fondo unico, non dedicato alla Pac, significherebbe penalizzare fortemente il settore agricolo, che rischierebbe di trovarsi a competere con altri comparti economici per risorse indispensabili alla competitività delle filiere.
