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“slow food italia, federbio e altre associazioni dell’ambiente e del biologico, insieme al consorzio di tutela della cinta senese dop, hanno scritto una lettera al commissario straordinario alla peste suina africana, giovanni FILIPPINI, (il testo della lettera qui https://tinyurl.com/3pntx258 ) chiedendo un incontro urgente per rivedere le misure previste per contrastare l’emergenza sul territorio nazionale”, informa un comunicato diffuso da slow food italia che cosi’ prosegue: ” nelle ultime settimane, dopo lo sconfinamento nel sud del piemonte, il virus della peste suina e’ stato rinvenuto in allevamenti toscani dove ha colpito anche la razza cinta senese, della quale risulta essere gia’ stato macellato circa il 10% dei circa tremiladuecento capi totali. secondo le organizzazioni firmatarie della lettera, l’impatto delle misure adottate negli ultimi anni per la gestione dell’emergenza ha assunto proporzioni devastanti sotto il profilo economico per gli allevamenti estensivi e di piccola dimensione – non si deve dimenticare che l’83% degli allevatori di suini italiani appartiene a queste categoria – e l’attuale gestione dell’emergenza rischia di compromettere anche il patrimonio di biodiversita’ zootecnica suinicola, ambientale e culturale. le criticita’ note da tempo, derivanti dalle norme che mettono sullo stesso piano i grandi allevamenti industriali e le realta’ di piccola scala per quanto riguarda le costose misure di biosicurezza da adottare e i piani di abbattimento a tappeto, sono state ulteriormente aggravate dalla recente ordinanza commissariale 4/2026, che ha esteso da uno a tre chilometri il raggio di applicazione delle misure conseguenti al rinvenimento di un animale selvatico infetto unicamente per le aziende di piccola scala o familiari e semibrade. le razze autoctone che, come la cinta senese, rappresentano un patrimonio di biodiversita’ e di qualita’ – in termini di allevamento ma anche di produzioni norcine – in tempi brevi potrebbero essere annullate. tale ordinanza crea inoltre notevoli difficolta’ a chi pratica la transumanza, l’alpeggio o il pascolo di ovicaprini in aree di restrizione: chi scendera’ dagli alpeggi a settembre, ad esempio, se passera’ in aree di restrizione dovra’ tosare i propri animali e disinfettare automezzi e animali. intanto, mentre i risarcimenti stentano ad arrivare, agli allevatori che hanno dovuto macellare i propri capi nei mesi scorsi, portando alla chiusure molte piccole realta’, si stanziano ulteriori risorse per il depopolamento dei cinghiali e per la realizzazione di barriere fisiche; misure che, come dimostrano i fatti, non hanno funzionato nel contenere il contagio. paradossalmente, regioni e province autonome continuano a finanziare, attraverso le risorse della politica agricola comune (pac), bandi destinati a sostenere investimenti finalizzati all’adeguamento delle misure di biosicurezza: interventi di questo tipo richiedono investimenti e rilevanti impegni economici alle stesse aziende, che finiscono per esporsi finanziariamente senza alcuna certezza sulla possibilita’ di proseguire l’attivita’ in caso di rinvenimento di capi infetti nei paraggi del proprio allevamento. la diffusione cosi’ pervasiva del virus della peste suina africana e’ una conseguenza dell’abbandono delle aree interne, della mancata cura da parte dell’uomo degli ecosistemi fragili e della biodiversita’, della scarsa gestione del patrimonio forestale: un segnale potente che ci richiama alla necessita’ di adoperarsi per ritrovare un rapporto equilibrato e rispettoso con la natura. la gestione attuale della peste suina colpisce invece proprio quegli allevatori in estensivo, quei custodi di biodiversita’, che ne sono ancora capaci. per questo vanno tutelati e lasciati ad esercitare con gli opportuni strumenti di difesa, sui loro territori, il loro prezioso lavoro. evidenze scientifiche dimostrano che il rischio di introduzione e diffusione della peste suina africana non dipende esclusivamente dalla dimensione dell’allevamento, ma da un insieme di fattori: il livello di biosicurezza applicato, la densita’ suinicola del territorio, le movimentazioni di animali, persone e mezzi, i contatti con la fauna selvatica e l’efficacia della sorveglianza. per questo le misure di prevenzione e controllo dovrebbero essere calibrate sulla reale valutazione del rischio delle singole aziende, evitando l’applicazione di disposizioni uniformi a sistemi produttivi profondamente diversi tra loro. le associazioni firmatarie che rappresentano il settore del bio, dei presidi slow food e i tanti piccoli allevatori suinicoli italiani custodi di razze autoctone, chiedono al commissario un confronto costruttivo e tempestivo, sottolineando l’urgenza della situazione e la necessita’ di un dialogo orientato all’individuazione di soluzioni proporzionate, efficaci e rispettose delle diverse realta’ produttive, che coinvolga tutte le autorita’, nazionali e regionali, che concorrono alla definizione delle politiche e delle misure di gestione dell’emergenza”.