MASSIMILIANO GIANSANTI PRESIDENTE CONFAGRICOLTURA

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di Letizia Martirano

Ancor più della stabilità del governo, è fondamentale la stabilità delle politiche governative, per ragionare con la logica del domani. e’ questa una delle riflessioni del presidente di Confagricoltura e del Copa, Massimiliano Giansanti, che mi ha più colpito durante l’intervista che segue. Una convinzione che nulla toglie al buon giudizio che egli da’ sulle cose fatte dall’attuale governo per gli agricoltori, a cominciare dall’impegno per lo sviluppo dell’agrisolare fino al sostegno alle Tea. Positivo è, perciò, il giudizio sul ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida che – sottolinea Giansanti – a Bruxelles “ha lavorato benissimo”, posizionando l’Italia tra i paesi più ascoltati. Così come quello sugli eurodeputati in commissione agricoltura, di entrambi gli schieramenti, tutti disponibili ad ascoltare le neccessità degli agricoltori. La conversazione con il presidente di Confagricoltura, a due anni dalla sua elezione ai vertici del Copa, parte dalle vicende brusselesi, per poi toccare molti altri temi.

Come valuta i primi due anni della sua presidenza del Copa?

Al Copa sono stati due anni di grandi battaglie sindacali, fatte totalmente alla luce del sole, forti del fatto di battersi per 22 milioni di agricoltori, rappresentati da oltre 60 associazioni, per un’agricoltura che sia in grado di garantire ciò per cui l’unione europea è nata: l’autosufficienza alimentare, un giusto reddito per gli agricoltori e un giusto prezzo per i consumatori.

Con quali risultati finora?

L’iniziale impostazione del green deal è stata modificata, strada facendo, con un confronto con la Commissione e col Parlamento. In buona parte abbiamo corretto le scelte sbagliate del legislatore europeo. Dobbiamo continuare a migliorare, cosa possibile grazie al contributo della Commissione e soprattutto del Parlamento. Rimanendo consapevoli che le risorse naturali vanno protette con sano pragmatismo, e senza ideologie.

Tutto il Parlamento?

Sì. Sia la maggioranza sia l’opposizione del Parlamento europeo ci hanno dato una mano enorme. Un lavoro eccezionale, in particolare, e’ stato fatto dai deputati italiani. Ringrazio soprattutto i parlamentari che siedono in commissione agricoltura ed in particolare i capigruppo Dorfmann, Nardella, Fidanza, Stancanelli con i quali abbiamo costruito un’ottima relazione che ci ha permesso di migliorare il green deal.

C’è qualche novità sulla nuova pac?

Al momento, con il Fondo unico, si mette in discussione l’unitarietà della politica europea mentre la forza dell’unione si manifesta nel momento in cui si ragiona, si opera, si lavora come complesso di 27 stati membri, a partire dal confronto sui mercati internazionali. In ogni caso la politica agricola europea deve rimanere una politica a forte vocazione imprenditoriale, pur coniugata con politiche ambientali e sociali. Ma guai se perde l’obiettivo di essere destinata alle imprese.

E dunque?

E’ per questo che abbiamo chiesto di mantenere una pac ancora basata sui due pilastri che permetta di avere una parte europea e una parte più propriamente dedicata allo sviluppo rurale dei singoli stati membri. Il fondo unico riteniamo non garantisca questo obiettivo. Abbiamo l’obbligo di incrementare il reddito e la capacità produttiva degli agricoltori. Per questo, su questo fronte, stiamo lavorando con il commissario e con il Parlamento per proteggere le risorse destinate all’agricoltura puntando a un fondo ring fence.

Qual è il rischio se si mantiene l’impostazione originaria?

Si rischia, soprattutto, di compromettere la stabilità di uno stato membro nella gestione delle risorse attribuite tra la pac, il fondo sociale europeo e il fondo di coesione. In linea di principio un governo può decidere un anno o l’altro di diminuire le risorse destinate all’agricoltura e aumentare quelle per altri settori, indebolendo la sicurezza alimentare, una delle tre priorità dell’unione europea insieme alla sicurezza dei confini e alla sicurezza energetica.

Qualcosa è già migliorato nell’impostazione della nuova pac?

Per quanto riguarda lo stanziamento economico complessivo le manifestazioni svolte a Bruxelles, da ultimo la marcia dei 12.000 agricoltori di dicembre, hanno fatto sì che si sia invertito il trend per cui, rispetto a tagli ipotizzati del 20%, oggi addirittura abbiamo l’ambizione di avere qualche risorsa in più rispetto alla dotazione dell’attuale programmazione.

Vista la situazione climatica estrema non si parla un po’ poco, nel confronto sulla futura programmazione, di gestione del rischio?

La gestione del rischio è la classica rappresentazione di ciò che sono gli interessi dei singoli paesi europei. Nell’unione ci sono alcuni stati membri che hanno modelli che ritengono efficaci e dunque nessuno di loro intende distogliere le risorse della pac per destinarle a qualcosa di cui già si occupa in proprio. Al contrario, la gestione del rischio, oggi più che mai, deve avere una regia europea. Per questa ragione noi abbiamo addirittura chiesto il coinvolgimento della banca europea degli investimenti. Infatti c’è un tema di finanziamento e di cofinanziamento che riguarda anche la riassicurazione, posto che i numeri sono impressionanti, e che l’ipotesi di un terzo pilastro della pac dedicato per ora è fuori dal radar del commissario.

Quale potrebbe essere una ricetta plausibile?

E’ necessario pensare a una gestione del rischio che metta al centro non tanto il ristoro del danno ma la tutela del reddito degli agricoltori, garantendo la sostenibilità economica dell’azienda con strumenti nuovi, con una toolbox dei rischi, che intervengano quando ci sono le fluttuazioni del mercato. Oggi i futuri sui prodotti agricoli valorizzano molto di più del mercato reale con soggetti economici e finanziari che stanno facendo degli enormi profitti. Anche per questa ragione dobbiamo trovare uno strumento che consenta all’agricoltore di avere un reddito certo attraverso una forma assicurativa.

Se’ n’è parlato con il governo?

Certamente. Ci aspettiamo che il ministro, il governo ci presentino una proposta. Ci sono state  diverse riunioni tecniche che per ora hanno portato solo ad ammodernamenti del Piano di gestione. Penso che, prima o poi, sarà necessario capire se ci sono le condizioni di un superamento del modello attuale. Su questo attendiamo una risposta politica dal governo.

In che termini?

Andando verso modelli che valorizzino l’attività svolta dai consorzi di difesa, ma passino dalla logica esclusiva della gestione del danno alla gestione e la tutela del reddito. Attualmente sono in corso sperimentazioni su fondi mutualistici e anche Confagricoltura sta sperimentando con un fondo nel Nord-Est. Stiamo cercando di capire come implementarlo. Il punto vero è se si può costruire un modello europeo che possa muovere somme economiche molto più consistenti rispetto ai singoli stati membri.

Non sono pochi gli agricoltori che scoraggiati dalla crisi vogliono mollare, come fargli cambiare idea?

L’agricoltore svolge una funzione sociale unica e bisogna sostenerlo anche sul piano psicologico. Non a caso il tema dell’aiuto psicologico sta diventando rilevante in molte aree dell’Europa. Credo che tutto questo debba essere motivo di riflessione. Oggi è cresciuto l’interesse delle persone verso l’agricoltura, è tornata di moda. Dobbiamo far sì che questo momento positivo, che certamente non è il masterchef di turno, possa aiutarci a trasmettere il grande contributo degli agricoltori all’ambiente, al territorio, all’economia. A tutti gli effetti conferire valore alla figura dell’agricoltore. E’ questo il motivo per cui alla nostra assemblea di Milano ci ha inorgoglito che il presidente del consiglio Meloni abbia affermato chiaramente che l’agricoltura è centrale nello sviluppo del paese, nel suo rafforzamento, e che investire in agricoltura significa investire nel paese.

Siete soddisfatti dell’intervento della presidente del consiglio? Quindi sentite il sostegno della presidente?

La presidente del consiglio ha più volte ringraziato gli agricoltori per quello che fanno. Un messaggio chiaro. E’ questo ci da forza. E’ fondamentale che le forze politiche prendano coscienza che oggi senza un’agricoltura forte il paese è debole e sappiano che fare l’imprenditore in una grande città è molto più semplice che farlo in campagna dove servizi e infrastrutture sono piu carenti.

A proposito del governo come giudica la politica agricola di questa legislatura?

Lollobrigida a Bruxelles ha lavorato benissimo, perchè ha posizionato l’Italia in un ruolo importante ed è lì tra i ministri più ascoltati. Sulle Tea, le tecnologie di evoluzione assistita, abbiamo trovato un governo che ha sostenuto la nostra linea e, anche le altre associazioni agricole, inizialmente contrarie o lontane da noi, oggi sono tutte fortemente convinte che senza Tea non si va da nessuna parte. Anche sull’agrisolare sono state fatte cose importanti.

L’impostazione del disegno di legge Coltiva Italia e’ ancora efficace?

Il Coltiva Italia è un provvedimento legislativo che nasce due anni fa e che sta incontrando tempi lunghi per la sua approvazione. Mi auguro e spero che venga approvato presto perché è evidente che entra in campo quando il governo è alla fine del percorso.

Già tutti al lavoro per la campagna elettorale….

Ormai entriamo in campagna elettorale e dobbiamo capire quali saranno i programmi delle forze politiche per l’agricoltura. Allo stato attuale, manca un piano organico di sviluppo dell’intera filiera agroalimentare per i prossimi anni.

Però un piano si poteva pure ipotizzare…

Dover gestire due guerre alle porte dell’Europa con effetti non programmati, obiettivamente non ha facilitato. Per questo bisogna uscire dalla logica dell’urgenza e dell’emergenza con un approccio di medio-lungo periodo.

A che serve la stabilità di un governo se in cinque anni non si e’ neppure annunciato un piano pluriennale?

Ci vorrebbe non solo la stabilità del governo che c’é stata ed è stata fondamentale, ma serve anche la stabilità delle politiche governative, che è una cosa diversa.

Quale può essere, ora, il vostro contributo?

Ci auguriamo e speriamo di poter contribuire, supportando le istituzioni, ad aiutare il ministro, i ministri che verranno a costruire un piano che abbia l’ambizione di andare oltre cinque anni. E’ quello che noi abbiamo voluto fare con l’assemblea di Milano, ossia immaginare l’agricoltura del 2050. Non è un gioco, non è un esercizio, ma è capire come pianificare un modello economico che possa portare l’Italia nel 2050. Nel 2050 ci saranno 10 miliardi di persone che necessiteranno del 30% in più di produzione. Non è detto da nessuna parte che questo 30% in più verrà fatto in Italia. Anzi….

Quindi qual e’ la ricetta?

Quindi bisogna costruire le condizioni affinché l’Italia sia tra quei paesi che aumenteranno la capacità produttiva per rispondere a una maggiore esigenza che e’ non solo di quantità ma anche di qualità. Una qualità – va ribadito – che per ora non si traduce in vantaggi per gli agricoltori. Dobbiamo far sì, quindi, che il valore aggiunto che noi oggi esprimiamo a livello europeo arrivi soprattutto agli agricoltori anche per tutti i servizi ambientali che svolgono. Senza un giusto reddito non riusciamo a garantire un futuro né agli agricoltori di oggi né alle generazioni future. Dobbiamo avere il coraggio di pianificare nel medio lungo periodo.

All’assemblea di Milano lei ha annunciato delle proposte di Confagricoltura per l’autunno

Confagricoltura in autunno presenterà un piano, come stimolo ad una discussione su un’idea di medio-lungo periodo, perché la politica che guarda al benessere del paese è una politica che va oltre il mandato elettorale. Io stesso potevo fare un progetto e un programma esclusivamente per la durata del mio mandato da presidente. Noi, al contrario, abbiamo coinvolto tutta l’assemblea di Confagricoltura in un dibattito per cercare di costruire insieme l’agricoltura che verrà. Insomma dobbiamo iniziare a pensare non con la logica dell’oggi ma con quella del domani. Per questa ragione la stabilità è necessaria ma non è sufficiente. Credo, inoltre, che la pianificazione di medio-lungo periodo vada accompagnata da studi, approfondimenti. Come Confagricoltura siamo pronti e disponibili a metterci al tavolo con le nostre idee, i numeri e gli studi che facciamo.

A proposito di stabilità delle politiche, per esempio, le agevolazioni previste da agricoltura 4.0 hanno funzionato bene. Però nel 2026 l’insufficienza dei fondi e i ritardi burocratici non stanno aiutando

Mi auguro e spero che questa misura venga ripristinata nel minor tempo possibile. Non è una bandiera del governo di centro-sinistra o del governo di centro-destra. Finché c’è stata ha dato benefici alla produttività e alla competitività del sistema italiano, lo scrive Ismea . Nel momento in cui l’agricoltura 4.0 si è fermata, si è fermata la crescita produttiva e la competitività del settore. Lo dice sempre Ismea, non lo dico io.

Pensa che sulle agroenergie si stia andando nella giusta direzione?

Si. Se penso agli investimenti fatti dal governo col PNRR su fotovoltaico ed in particolare su agrivoltaico e parco agrisolare – stiamo parlando di miliardi di euro – vuol dire che quando parlavamo di strutture di ingegneria rinnovabile ci avevamo visto giusto. Ricordo che Confagricoltura fu la prima che firmò il memorandum per lo sviluppo del biometano nel 2017, con Marchionne addirittura. Siamo stati i primi a parlare di fotovoltaico in maniera razionale e non speculativa.

Lei sottolinea sempre l’importanza del progettare il futuro ma la crisi morde assai….

A noi piace costruire, anzi prima progettare e poi costruire. L’emergenza di mercato ci impone tutti i giorni di doverla gestire, ma non può essere la regola. Siamo piu’ che consapevoli delle difficolta’ che stanno vivendo i principali comparti produttivi del paese con il 70-80% della produzione agricola italiana in crisi per cause esterne.

Come vede il futuro dei mercati agricoli?

Si sta riscrivendo la mappa del commercio mondiale con esiti non prevedibili. Parlare di questi argomenti con chi non ha dimestichezza con la geopolitica e’ difficilissimo ma necessario. Faccio un esempio: il grano tenero, il mais e il girasole dall’Ucraina arrivano in Europa ormai solo via treno con costi altissimi e difficoltà logistiche, soprattutto in Italia dove e’ in corso l’ammodernamento della rete ferroviaria. Se la situazione non si normalizza dovremo andare a comprare dal Brasile o dagli Stati Uniti.