MERCURI (ACI AGROALIMENTARE), SUL CAPORALATO DA BELLANOVA VISIONE PIÙ APERTA DI QUANTO CI SI POTESSE ASPETTARE

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di Letizia Martirano

Per comprendere che, al di là delle contingenze storiche e della geografia, il caporalato e’ un fenomeno complesso che va affrontato senza retorica, basterebbe leggere Furore di John Steinbeck. Narra di una terra promessa, negli anni 30 del secolo scorso, che si rivela un giardino pieno di rovi in cui, spazzando via anche i singoli casi virtuosi, l’agribusiness californiano detta condizioni di lavoro disumane, trasformando i migranti in raccoglitori stagionali sottopagati e privati di ogni diritto.  Giorgio Mercuri, presidente di Alleanza cooperative agroalimentari, ma soprattutto imprenditore pugliese alla guida di una cooperativa che quotidianamente si confronta con il problema della reperibilità di manodopera stagionale non stabile e quindi con ogni sorta di caporali.

Si muove qualcosa sul fronte del contenimento del caporalato?

La ministra Teresa Bellanova sta dimostrando di avere sul tema una visione più aperta di quanto ci si potesse aspettare, lì dove ha dichiarato ad esempio che non sono solo i lavoratori a soffrire, ma anche le aziende.

Il Sud e soprattutto la Puglia sono nelle mani dei caporali, perché?

Non è vero che il caporalato è presente solo in alcune aree del nostro Paese. Il caporalato è dappertutto, in particolare nelle grandi campagne di raccolta come agrumi e pomodoro, nelle quali bisogna togliere dal campo in tempi assai brevi prodotti deperibili.

Comunque qual è il punto?

Attualmente si registra l’incapacità da parte dello stato di svolgere la stessa funzione svolta dal caporale, ossia riuscire ad incrociare domanda e offerta. Il che permette al caporale di conoscere in primo luogo le persone pronte a lavorare, di riuscire a reperirle telefonicamente e di gestire via via ogni fase della logistica. Il caporale sa inoltre perfettamente quali sono le aree in cui in quella determinata settimana c’è bisogno di manodopera. Inoltre, è in grado di parlare la lingua dei lavoratori, elemento questo per niente trascurabile.

La legge anticaporalato funziona o no?

La Legge 199 del 2016 è stata scritta e approvata in una situazione di emergenza. A mio avviso va rivista perché tra i principali effetti ottenuti dalla legge c’è sicuramente che molte aziende sono state “punite” perché si sono trovate irregolarità di tipo procedurale, ma di caporali arrestati ne abbiamo visti ben pochi! Anche perché è estremamente difficile individuare un caporale, che si è fatto ormai più intelligente, poiché si è reso invisibile. Potremmo dirci molto più soddisfatti quando ci saranno più caporali in galera e meno aziende multate perché in difetto.

Ha suggerimenti?

La legge a mio avviso deve condannare coloro che non rispettano le norme relative al contratto e che sfruttano i lavoratori, senza sconfinare su questioni e aspetti che implicano una responsabilità amministrativa e non penale, cioè relativi a lievi irregolarità nelle procedure delle aziende. Il rischio è che le aziende non riescano più a lavorare.

Concretamente cosa si potrebbe fare?

Va creato un luogo, un sistema, che consenta all’azienda e al lavoratore di potersi incontrare. Penso a dei centri per l’impiego in cui ci sia personale che parli più lingue e che sia in grado di accogliere all’arrivo il lavoratore straniero. Così si spezzerebbe il monopolio dei caporali che sono unici detentori, al momento, dei numeri di telefono di tanti lavoratori non in regola. Non parliamo ovviamente dei lavoratori residenziali. Nel centro per l’impiego tali lavoratori dovrebbero quindi essere accolti e censiti – attraverso la creazione di una scheda o di un sistema innovativo – app – contenente dati anagrafici, residenza temporanea e recapito telefonico – così che possano essere contattati in qualsiasi momento da un’azienda agricola che avesse bisogno anche da un giorno all’altro di manodopera in campo.

Chiedete anche altre modifiche vero?

L’altro grosso problema è che andrebbero snellite le procedure di assunzione che sono in capo alle aziende agricole. La legge sul caporalato ha disposto che le aziende debbano regolarizzare i lavoratori con almeno un giorno di anticipo rispetto al loro impiego. Ora, io ritengo che non sia possibile applicare ciò che prevede la legge nell’ambito delle grandi campagne di raccolte come ad esempio quella del pomodoro. Oggi un’azienda per assumere un lavoratore deve essere in primo luogo in possesso dei suoi dati anagrafici – cosa non facilissima visto che non sono registrati spesso ad alcuna anagrafe-, sottoporlo quindi ad una visita medica e poi fornirgli gli indumenti. Solo il giorno dopo il lavoratore può iniziare a raccogliere. E non è finita qui.

Cos’altro non funziona secondo lei?

Di sicuro occorre prevedere, per particolari tipologie di raccolta, nuove forme contrattuali rispetto a quelle indicate dalla legge. Le attuali disposizioni non danno soluzioni soddisfacenti per lavoratori e imprese.

Si sta facendo qualcosa facendo a livello nazionale?

Si è insediato quest’anno il Tavolo interistituzionale di contrasto e prevenzione del caporalato, con lo scopo di emanare un piano triennale di contrasto allo sfruttamento del lavoro in agricoltura. Intorno ai tavoli siamo decine di sigle, con ricette opposte e di frequente non disinteressate. Alle sigle sindacali si sono aggiunte associazioni di lavoratori che non sono disciplinate e controllate nonostante vengano chiamate al tavolo. Forse è anche per questo che sono convinto che sentiremo parlare di caporalato per altri 20 anni.

Le associazioni agricole non potrebbero organizzarsi?

Agrinsieme avvierà, in qualità di partner di Borsa Merci Telematica, un progetto denominato Filiera legale che ha l’obiettivo di creare un sistema informativo per la gestione dinamica e legale dell’offerta di lavoro e per l’analisi del territorio di Foggia. Il progetto sarà operativo in primavera e prevede proprio la predisposizione di una piattaforma per la gestione telematica dell’offerta di lavoro. “Togliere il lavoro” al caporale, renderlo non più indispensabile: questa la nostra sfida.

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