PICCININI (FEDAGRIPESCA), IO SONO UN LIBERISTA E PENSO CHE IL PREZZO LO FACCIA IL MERCATO

Di Letizia Martirano

(riproduzione riservata)

In questa lunga intervista il presidente di Fedagripesca-Confcooperative Carlo Piccinini affronta una molteplicità di temi il cui filo conduttore è la libertà di impresa che vuol dire meno burocrazia, più credito, gestione dl rischio adeguata alle turbolenze climatiche, politiche di filiera supportate da consistenti dotazioni finanziarie. Piccinini, modenese, vice presidente della cantina sociale di Carpi Sorbara, è un attento osservatore dei mercati esteri alcuni dei quali, come quello cinese, conosce bene. Il lungo colloquio, al palazzo della Cooperazione a Roma, è avvenuto all’indomani del suo ritorno da Pechino. Il presidente esordisce parlando di una questione nazionale che riguarda il quaderno di campagna. Prima dell’intervista è intervenuto a una riunione tecnica in Agea sull’ implementazione del quaderno di campagna all’interno del fascicolo aziendale, presente nel SIAN.

È inevitabile chiederle cosa ne pensi.

Per la mia azienda agricola, nella quale si fa lotta integrata, io lo compilo da più di vent’anni, entro 48 ore da ogni trattamento. Prima il quaderno era cartaceo, adesso è telematico e ci viene chiesto di implementare le informazioni contenute nel quaderno all’interno del fascicolo aziendale presente sul SIAN. Si tratta di un nuovo adempimento che l’agricoltore può assolvere direttamente o, come solitamente avviene, attraverso i CAA. In un momento storico in cui da tutte le parti ci si appella ad una maggiore semplificazione, dare attuazione ad un decreto del Minsitro Patuanelli di oltre due anni fa, pare una grande contraddizione.

Qual è la sua preoccupazione oltre al carico burocratico?

Il fatto di caricare il quaderno di campagna su uno strumento pubblico cambia molto dal punto di vista della riservatezza. Potrei avere delle tecniche particolari che non avrei voglia di condividere con altri. So per certo che già la grande distribuzione ha chiesto di avere accesso a questi dati e per me non è corretto.  Insomma, in teoria sarebbe tutto molto bello se tutto funzionasse come si deve, ma se capita un incidente informatico – considerato che si devono caricare un mare di dati – che si fa? Non paghiamo la Pac agli agricoltori? Certo questo non è il cuore dei problemi dell’agricoltura italiana, ma c’è sicuramente da constatare che siamo molto bravi a creare complicazioni.

Il nodo dei problemi sta soprattutto a Bruxelles. Cosa si aspetta dalle imminenti elezioni europee?

Ci sono due partite importanti da giocare: la prossima programmazione della Pac e la revisione di medio termine dell’attuale programmazione. Le elezioni europee sono l’occasione per capire quanto coraggio c’è nel dare attuazione pratica ai manifesti politici, a cominciare dalla sburocratizzazione che è importantissima.

Come se ne esce?

Viviamo in un paese difficilissimo dove si fanno norme che già includono in teoria strumenti contro il rischio di frode con l’inserimento di sofisticati cavilli. Il che non impedisce di essere poco efficaci in termini di repressione. Sarei per un approccio all’americana: poche norme, ma se si sbaglia non ci deve essere scampo.

Qual è il vostro candidato ideale per le elezioni europee?

Posto che noi non ci schieriamo con nessuno perché siamo un’organizzazione che dialoga con tutti, penso che sia utile un mix di candidati tra figure tecniche e figure con grande visibilità nella società che diano il giusto rilievo all’agricoltura e alla pesca.

Cosa chiedete ai futuri parlamentari europei?

Abbiamo messo a punto un documento in cui abbiamo indicato alcune priorità: semplificazione massima, tenuto conto anche della variabilità climatica; no a finanziamenti che aiutino le aziende a chiudere; no a soldi per i giovani che operano in settori senza prospettive; sì a finanziamenti sia statali che regionali destinati alle filiere. Questo approccio, soprattutto per quanto riguarda politiche concrete di filiera, ci rende diversi dalle altre organizzazioni agricole perchè sono convinto che la cooperazione abbia una marcia in più per fare aggregazione e dunque per stare sul mercato.

Il clima ormai la fa da padrone: come vede Fedagripesca il futuro delle assicurazioni agricole?

La questione va affrontata nella Pac. La gestione del rischio deve diventare un asset, un terzo pilastro. Non so se si può affrontare con l’assicurazione obbligatoria. In ogni caso il fondo Agricat e, in generale, il sistema attuale nel complesso non funziona… si assicura soltanto chi ha un rischio certo ovvero chi fa impresa in areali particolarmente a rischio!

Piu’ volte lei ha sollevato la questione del credito….

La questione dell’accesso al credito delle aziende agricole e agroalimentari va affrontata seriamente.  Le cooperative sono doppiamente svantaggiate perchè i loro bilanci chiudono in pareggio e la normativa bancaria di matrice europea deve valutare la capacità delle imprese di restituzione del credito in base all’utile rilevabile in bilancio! Questo mal si concilia con la specificità cooperativa. 

Un settore importante è quello della ricerca di cui si parla sempre molto poco: che cosa vorrebbe Fedagripesca?

È necessario che si faccia ricerca che risponda alle esigenze del mondo produttivo e, in particolare, la ricerca deve essere anche pubblica per evitare che sia appannaggio di poche e grandi multinazionali. Si pensi al tema delle nuove tecniche genetiche, su cui è fondamentale accelerare e consentire agli enti pubblici di ricerca di dare risposte nell’interesse generale degli agricoltori italiani ed europei.

Un liberista, come lei si definisce, che cosa pensa del prezzo equo per gli agricoltori, di cui si dibatte non solo in Italia?

Mi preoccupa la troppa fiducia nei confronti del prezzo equo per gli agricoltori perché se si volesse fare un discorso serio bisognerebbe calcolare una molteplicità di fattori reali che incidono sui costi di produzione, come gli investimenti o i costi di trasporto o altro, che ovviamente possono variare sensibilmente da azienda a azienda. In ogni caso ritengo fondamentalmente sbagliato il concetto di un ente che indichi quale sia il prezzo giusto. Io sono un liberista e penso che il prezzo lo faccia il mercato. Fissando a priori i prezzi cosiddetti equi, si creano distorsioni di mercato e prima o poi questi crollano. È un concetto pericoloso perché dà l’illusione che ci sia un ente terzo che ti tuteli. L’unico modo per ottenere un prezzo equo è che l’agricoltore si organizzi meglio e si presenti in modo organizzato e strutturato, ad esempio in cooperativa, per riuscire a strappare il prezzo giusto sul mercato. Faccio notare peraltro che le norme sulle pratiche sleali in Francia non hanno funzionato, nonostante dal punto di vista del principio la legge sia giusta.

In ogni caso il prezzo delle derrate alimentari è un enigma che turba…

Certo è sotto gli occhi di tutti il prezzo folle delle commodity agricole stabilito alla borsa di Chicago dove il 99 per cento dei contratti non arriva mai allo scambio fisico di merci perché si tratta di transazioni finanziarie slegate dalla produzione.

Secondo lei c’è una soluzione per il grano ucraino che arriva nell’Unione Europea?

Al momento sono gli agricoltori europei a pagare il prezzo dell’aumento massiccio delle importazioni per sostenere l’Ucraina. Per un discorso di equità anche l’industria che vende armi all’Ucraina dovrebbe contribuire. In ogni caso lasciare che la Russia si prenda l’Ucraina significa lasciarle il controllo di un terzo del mercato mondiale dei cereali. Con il grano ucraino controlli l’Africa e infatti quel prodotto che arriva qui in passato era destinato proprio al Nord Africa.

Il tema dei temi è la sostenibilità ambientale delle produzioni…

Noi diciamo sì a una sostenibilità ambientale fatta bene, che porti risultati veri e che non si traduca in un aumento delle importazioni di prodotti coltivati dove regole stringenti non esistono né in tema di sicurezza ambientale né di rispetto delle regole in tema di lavoro. Su questo tema bisognerà lavorare molto per sensibilizzare tutte le forze politiche affinché non sacrifichino la dimensione economica e sociale dell’attività d’impresa, lasciandosi attrarre da soluzioni affascinanti ma poco concrete.